AINBO – SPIRITO DELL’ AMAZZONIA

un film di Richard Claus, Jose Zelada

(PER / 2021 / Animazione / 84′)

 

Giovedi 21 Maggio, ore 16.30 – 18.30 BIGLIETTI


Festival della Lettura
[….]


Trama

Ainbo – Spirito dell’Amazzonia, film diretto da Richard Claus e Jose Zelada, è la storia di una ragazza di nome Ainbo, nata e cresciuta a Candámo, una zona profonda e remota della giungla amazzonica. La giovane ha 13 anni, ma non ha mai avuto contatti con altre persone, al di fuori di quelle che abitano la sua comunità, una civiltà ancora non nota.
Quando la zona di Candámo viene sottoposta al disboscamento, Ainbo viene a contatto con altri essere umani e scopre che il mondo è popolato da altre persone oltre al suo popolo. La ragazza, però, si rende presto conto che con l’arrivo di queste nuove persone, la sua terra natia è minacciata dall’avidità umana. Per tentare di salvarla, la giovane Ainbo inizia a lottare, ma inutilmente.
Gli uomini, guidati da Cornell DeWitt, disboscano, estraggono minerali e distruggono il paesaggio. L’oscuro Yucuruna, il male che risiede in Amazzonia, sta prendendo il sopravvento e ad Ainbo resta una sola possibilità per salvare la sua casa: rivolgersi allo spirito madre, Turtle Motelo Mama.

 

Recensione

In un momento in cui il cinema popolare è sempre più massificato, uniforme, a colpire sono gli scartamenti dal percorso. Raro esempio di film d’animazione realizzato in America Latina, Ainbo – Spirito dell’Amazzonia è diretto e prodotto da Jose Zelada, autore anche del soggetto, oltreché doppiato da un cast di attori locali. A Zelada tuttavia si affiancano il tedesco Richard Clause, in regia ed i fratelli Brian e Jason Cleveland (Ratchet & Clank) a supportarlo nella sceneggiatura.
E così Ainbo si regge su un’idea virtuosa di co-produzione: con l’Europa (ma anche l’America) che supporta non solo il lavoro di un regista ma anche la sua voce, la sua visione peculiare. L’avventura di Ainbo, cacciatrice di una tribù amazzonica, chiamata a spezzare un’antica maledizione è dunque l’occasione perché uno spazio noto venga attraversato da un altro sguardo, nuovo, fresco, non convenzionale. Ripensate da Zelada, le coordinate classiche del fantasy danno corpo ad un racconto ambientalista non soltanto fedele al suo spazio d’origine ma che soprattutto si pone come uno spaccato dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali dell’America Latina. Il racconto si apre su imprevisti toni cupi, la morte irrompe sulla scena e la dimensione soprannaturale riflette le tensioni di un contesto, reale, distrutto dall’avidità umana.

Ainbo rimane, tuttavia, un prodotto di cinema popolare pensato in prospettiva internazionale. E allora i “mecenati” del regista, pur non intromettendosi eccessivamente nell’approccio generale del regista, sembrano funzionare pure da garanti di una griglia di riferimenti a cui il film deve attenersi. Perché deve parlare l’esperanto del cinema pop, dei prodotti Disney, Pixar, di Oceania, le cui atmosfere, Ainbo, pare inseguire.

Ma Ainbo, che è costato troppo poco, è troppo breve e ha un’animazione troppo grossolana per buttarsi nella mischia. Mentre Zelada prosegue sulla sua promettente linea, prova dunque, svogliatamente, ad adempiere ai suoi doveri di regista pop. Ma il racconto si sfilaccia, non riesce a tenere il passo delle linee narrative che vorrebbe gestire e va in affanno nelle sequenze più dinamiche.
Ainbo, pur in uno spazio limitato, ha il pregio di voler ripensare un intero immaginario tutto da solo, prima, tuttavia, di essere schiacciato dalle logiche di mercato. Il film di Zelada e Claus sarebbe potuto essere uno straordinario esempio di produzione “etica”, ma si ferma un attimo prima di concretizzare i suoi propositi. E allora, di fatto, non è altro che la prosecuzione di una colonizzazione di un contesto con altri mezzi.

di Alessio Baronci – 18 Novembre 2021- sentieriselvaggi.it