Lo spaccone del XXI secolo. Un capolavoro accelerato e adrenalinico che fonde il cinema sportivo con il noir e il gangster movie e che trae energia da un Timothée Chalamet incontenibile.
È possibile fare un film neoclassico e punk allo stesso tempo? Mettere insieme il boogie-woogie di Fats Domino con Peter Gabriel e The Order of Death dei Public Image Ltd.? Filmare una partita di ping pong come un “viaggio” sulla Luna? Questo capolavoro di Josh Safdie ci dice che sì, è possibile. E forse davvero tra qualche anno ci ritroveremo a ripensare a Marty Supreme come a Lo spaccone del XXI secolo, nuovo tassello safdiano di una poetica indiavolata sull’American Dream e su New York. Quasi una versione accelerata e dopata del grande film di Robert Rossen e Paul Newman, con Timothée Chalamet che, nel ruolo della giovane promessa di ping pong Marty Mauser, liberamente ispirato alla vita della medaglia di bronzo Marty Reisman, raccoglie definitivamente l’eredità di Newman con arroganza e perfezionismo che non sono di questo mondo. E attorno a lui comprimari memorabili a formare un tessuto umano iperrealista e metropolitano dentro un film che sembra sempre cambiare direzione, senza fermarsi mai a giudicare moralmente le azioni di personaggi costantemente al di là del bene e del male, tra ascesa, caduta e “resurrezione”. Come in un film di Abel Ferrara, evidentemente il padre “fantasma” di tutto il cinema di Safdie, nume tutelare di una newyorkesità esistenzialista cristallizzata in questo che a oggi è anche il film più costoso (budget di 70 milioni di dollari) della A24. E quasi a suggellare questo passaggio di testimone autoriale, Safdie qui affida proprio a Ferrara il ruolo cruciale del gangster Ėzra Miškin, che il regista italo-americano interpreta attraversando il film in modo oscuro e sbilenco, come fosse uno “spettro del destino”. E poi la fantastica Rachel di Odessa A’zion, amante e complice del protagonista, che riesce costantemente a sintonizzarsi sui movimenti nevrotici dell’incontenibile Chalamet, mentre Gwyneth Paltrow torna coraggiosamente al cinema con un personaggio sensuale e appassito, quasi autobiografico.
Ma proviamo a riordinare le idee. Siamo nel 1952 a New York City e l’astro nascente del tennis da tavolo americano Marty Mauser è pronto a tutto pur di dimostrare di essere il numero uno al mondo. Menzognero, egoista, presuntuoso e talentuoso come, appunto, l’Eddie Felson de Lo spaccone, lotta giorno dopo giorno nelle viscere della città per racimolare denaro, scavalcare gli ostacoli della”strada”, sfidare il forse imbattibile campione giapponese Koto Endō ai Campionati del Mondo, prendersi, da ebreo cresciuto dal basso, una rivincita sul mondo, anche se forse “non sarà mai felice” gli intima il viscido imprenditore miliardario Milton Rockwell (Kevin O’Leary), con cui ingaggia un vero e proprio braccio di ferro di tradimenti, sotterfugi, ricatti monetari e sottomissioni che delineano una morbosa e lucida parabola dell’individuo contro il Potere. Quindi abbiamo a che fare solo apparentemente con un film sullo sport. Perché a modo suo Marty Supreme, musicato anche stavolta dal sodale Daniel Lopatin, ormai a modo suo un co-autore elettronico e percussivo del cinema di Safdie, è un anche un noir e un gangster movie notturno, dove ogni personaggio è sul punto di fregare l’altro. Un film imprevedibile dicevamo, capace di cambiare ritmo e sfondo morale a ogni scena, come fosse scritto, diretto, montato tutto d’un fiato, in una sorta di trance adrenalinica in crisi d’astinenza. Del resto l’addiction – ancora l’eredità di Abel Ferrara! – per il denaro, per la droga, per la vittoria, per la vita da consumare tutto e subito, non è forse il “vero” tema nascosto di Safdie?
Dopo la separazione artistica con il fratello Benny – simultaneamente impegnato nella rischiosa e affascinante incursione drammatica di Dwayne “The Rock” Johnson in The Smashing Machine, altro film sulla dipendenza peraltro – Josh riprende in mano stile e ferocia esibiti nel trittico Heaven Knows What, Good Time e Diamanti grezzi per inseguire, con lo stupefacente 35mm di Darius Khondji, il Marty Mauser di Chalamet tra bische sotterranee, marciapiedi di quartiere, camere d’albergo fatiscenti e altolocate, lusso e miseria, viaggi intercontinentali e tornei internazionali di ping pong. Alto e Basso, vittoria e fallimento. Tutto in 140’ che scorrono via in modo irreale e tipicamente “safdiano”.
Del resto Marty Supreme è quasi un controcampo speculare al precedente, magnifico film con Adam Sandler. Se Diamanti grezzi era la colonscopia di un capitalismo ossessivo e cancerogeno incarnato nel collasso dello scommettitore e gioielliere ebreo Howard Ratner, partendo dalle stesse premesse di stile e di racconto degli esseri umani, Marty Supreme trova un suo sbocco nell’irriverenza giovanilistica del protagonista e del suo regista, che raccoglie le lezioni dei padri per appropriarsene in forma anarchica e quasi generazionale. Si veda l’apertura pirotecnica e spudorata sulla rappresentazione, cinematograficamente “impossibile”, di una fecondazione con tanto di speramtozoi che si depongono sulle note di Forever Young degli Alphaville, come fossimo da subito piombati in una materia espansa e allucinatoria che mette insieme Cassavetes con Senti chi parla o un reel di YouTube! Già. Forse Marty Supreme è l’ultimo film possibile sulla riproduzione, biologica, politica, religiosa, ossessiva, del cinema come arte e come consumo popolare. Del cinema come memoria e del cinema come caos. Del cinema come atto eiaculatorio. Del cinema e dei suoi peccati.
di Carlo Valeri, 13 Gennaio 2026 – sentieriselvaggi.it