I FIGLI DELLA SCIMMIA
un film di Tommaso Landucci
(Italia / 2026 / Dramma / 105′)
Mercoledi 11 Novembre, ore 21.00
Giovedi 12 Novembre, ore 21.00
Venerdi 13 Novembre , ore 15.30 – 21.00
Sabato 14 Novembre, ore 21.00 🛒
Domenica 15 Novembre, ore 16.00 🛒
Ingresso disponibile anche a biglietto acquistabile presso la cassa del cinema.
Online biglietti acquistabili per spettacoli di sabato e domenica 🛒
Trama
Intenso e calibrato esordio alla regia di Tommaso Landucci, premio Orizzonti per la Miglior sceneggiatura e Miglior Attore (Riccardo Scamarcio), che ci racconta la quotidianità di Dario, padre di Enrico, bambino con disabilità e del suo rapporto con Giacomo, il nipote adolescente.
SCELTO PERCHE’: un film che parla di disabilità e caregiver con un linguaggio asciutto e pragmatico, senza ammantarne la complessa quotidianità con la patina dell’eroismo.
Trailer
Recensione
Un film fatto di squilibri emotivi e il cruccio di un padre cui costa dolore ammettere il rimpianto per il figlio ideale mai avuto. Ottimo dramma sul tempo e le sue voragini.
La camera fissa guarda Dario in bagno, tra le luci immobili dell’autunno che si infrangono sulle piastrelle. Sta aiutando il suo figlio disabile Erry a farsi la doccia. Lo ama così tanto da dedicargli energie e nottate, perché è un padre incredibilmente vitale il Dario di Riccardo Scamarcio, protagonista de I figli della scimmia di Tommaso Landucci (e prodotto da James Ivory), che per il suo esordio nella finzione ruba il titolo all’omonima fiaba di Esopo, storia di una scimmia che ha due cuccioli; uno lo ama e lo nutre, l’altro no.
Nel cuore di Dario, che invece ha solo Erry, tra l’amore incommensurabile per il figlio reale, trova un posticino il rimpianto e la nostalgia di quello ideale che non ha mai avuto. Ne proietta lineamenti e attitudini nel nipote quattordicenne Giacomo (Tancredi Nardini), figlio di suo fratello maggiore (Fausto Russo Alesi) che è quanto di più distante da lui; ombroso e austero, uno di quei padri incombenti che vorrebbero apparecchiare la vita dei figli. Per Giacomo ha scelto la scuola e persino gli hobby, ma quando lo zio Dario rispolvera la motocicletta della sua adolescenza per regalarla a suo nipote, gli equilibri e i confini familiari iniziano presto a vacillare.
Landucci presenta un film fatto di squilibri, intermezzi emotivi e il cruccio silenzioso di un padre cui costa troppo dolore rimpiangere almeno per un secondo la sua vecchia vita di figlio quando ancora poteva sognare di diventare tutto. E invece, nel presente di Dario c’è la cura amorevole di Erry, un matrimonio sereno con sua moglie Linda, il lavoro in coppia con suo fratello da perito assicurativo ma soprattutto tanta, troppa rabbia da incanalare. Sembra un animale di città sacrificato alla provincia: sempre pronto al battibecco, polemico da diventare buffo con un ottimo Scamarcio che presta benissimo il fianco al tragico quanto al comico, dando al suo Dario una disperata credibilità.
Sono le sue piccole scaramucce quotidiane a smorzare i toni cupi e questo sentimento di comica infelicità nel suo protagonista, Landucci lo porta agli estremi mentre ingabbia Dario tra il 4:3 e l’architettura di paesaggi costretti della provincia torinese. Poi il suono del silenzio – l’unica colonna sonora è forse la noia grigiastra della provincia? – lo circonda mentre guarda fuori dalla finestra (da casa sua, dal suo ufficio lavoro, nel centro fisioterapeutico dove accompagna Erry) e nel frattempo la pioggia svela l’abisso che lo separa dal mondo là fuori. Solo la motocicletta, scovata da suo nipote Giacomo tra vecchie cianfrusaglie di famiglia, può essere lo spiraglio per tornare a quei pomeriggi spregiudicati dell’adolescente che era, tra scorribande in moto e i Radiohead a tutto volume in camera.
Proprio come cantava Thom Yorke in No Surprises non c’è “nessun allarme, nessuna sorpresa” nelle giornate piovose di Dario, che ama così tanto suo figlio da essersi dimenticato di sé. Allora cerca una quadra, un riparo dal rimorso, dal tempo e le sue voragini, e così anche Tommaso Landucci cerca la giusta distanza dal materiale umano de I figli della scimmia.
Vizi di forma a parte – qualche brusca dissolvenza e la sensazione di una regia abituata a un altro tipo di respiro e di cinema, quello del reale – l’autore toscano esordisce con un ottimo dramma sul tempo e i suoi dolori, tra la vita oggi e gli orizzonti di ieri. E se il suo precedente Caveman – Il gigante nascosto raccontava di voragini artistiche ed emotive di un colosso nell’ombra, I figli della scimmia è ancora un’indagine in profondità, la storia delicata di Dario, uomo ancor prima di essere padre.
di Lorenzo Nuzzo, 16 settembre 2026 – sentieriselvaggi.it
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