Nel gergo dell’edilizia, per “cancro del cemento” si intende un fenomeno chimico chiamato ASR (o reazione alcali-silice) che si verifica quando nel cemento sono presenti tracce di alcali (come sodio e potassio) e di silice amorfa (cioè cristallizzata) che, uniti all’umidità, ne provocano un indebolimento strutturale, fino all’eventuale cedimento. Ecco, anche il protagonista di Grand ciel si trova in una situazione simile, con un futuro all’apparenza stabile e sicuro, dietro il quale si celano in realtà profondi crepe, pronte a far a crollare tutto da un momento all’altro.
Il suo nome è Vincent e lavora presso il cantiere di un nuovo quartiere – Grand Ciel, appunto – che una volta finito sarà una delle aree più all’avanguardia d’Europa e promette di rivitalizzare l’economia della città. Vincent è stato assunto da poco e il suo contratto è ancora temporaneo, ma lavora duramente per potersi permettere, un giorno, di vivere nel “quartiere del futuro” insieme alla compagna Camille e al figlio. Quando, una notte, un operaio della sua squadra scompare nel nulla, lui e i colleghi sospettano che i loro superiori stiano insabbiando un incidente, scoprendo tuttavia che le cause potrebbero essere altre e ben più pericolose.
Film di denuncia e di fantascienza, horror e thriller: l’opera prima di Akihiro Hata, nato in Giappone ma formatosi a Parigi, mescola tutti questi generi e tenta di costruire una specie di episodio di Black Mirror in cui però è forse proprio l’elemento sci-fi (o forse sarebbe meglio dire fantastico?) a stonare di più. La metafora dietro alle sparizioni – cioè quella di una classe sociale oppressa da una mole di lavoro eccessiva, scarse condizioni di sicurezza e dominata dall’avidità dei datori di lavoro e degli stessi dipendenti – è talmente ovvia da risultare quasi superflua. Soprattutto all’interno di un film che già riesce, in maniera piuttosto convincente, a catturare gli aspetti più malati del capitalismo e, allo stesso tempo, mostrare come l’unità di classe per far fronte alle ingiustizie sia ormai un lontano ricordo.
Esemplare, in questo senso, il personaggio molto interessante e sfortunato di Saïd (Samir Guesmi), l’unico ancora pienamente lucido, in grado di cogliere i giochi di potere cui deve sottostare. Ben diverso il discorso per il protagonista, che davvero meriterebbe l’appellativo di “cemento armato” (altro che il Mariano De Santis de La grazia di Sorrentino) e diventa nel corso del film sempre più odioso, non aiutato nemmeno dall’interpretazione monocorde di Damien Bonnard.
È chiaro, insomma, che al cineasta non interessa tanto concentrarsi su un’adeguata costruzione della tensione, né sulla risoluzione finale del mistero – che infatti è piuttosto affrettata, oltre che prevedibile -, quanto invece indagare questo microcosmo buio, illuminato solo da fioche luci al neon, come un buco nero che non esita a “divorare” il primo malcapitato. Ed è proprio grazie a questo aspetto che Grand ciel si salva, al contrario dei suoi personaggi, da una “ASR cinematografica” che ne avrebbe altrimenti decretato il totale collasso.
di Matteo Pasini, 5 Settembre 2025 – sentieriselvaggi.it