LA GRAZIA

un film di Paolo Sorrentino
(ITA / 2025 / Drammatico / 131′)

VOTA IL FILM  ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

Mercoledì 11 Febbraio, ore 21.00
Giovedì 12 Febbraio, ore 21.00
Venerdì 13 Febbraio, ore 15.30 – 21.00
Sabato 14
Febbraio, ore 21 BIGLIETTI
Domenica 15
Febbraio, ore 16 – 18.30 BIGLIETTI


Trama

Ritratto immaginario di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica alla fine del mandato. Tra dilemmi morali sulle grazie e vita privata, dovrà scegliere.
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile  a Toni Servillo alla 82° Mostra del Cinema di Venezia 2025..

 

Recensione

Fa dialogare varie anime del cinema del regista: dalle maschere del potere alla commovente ricerca di “leggerezza” degli ultimi film. Sorprendente. Servillo miglior attore al Festival di Venezia.
Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo per pochi fotogrammi a È stata la mano di Dio. La commovente sequenza di Fabietto Schisa/Filippo Scotti che cammina lentamente in un campo da calcio, poco prima di fermarsi e (finalmente) piangere mentre il mondo gli scorre accanto, segna una faglia decisiva nel cinema di Paolo Sorrentino. Perché in quel momento di sincera astrazione non si avverte più la fretta di “staccare” bruscamente verso altre situazioni grottesche, ironiche o paradossali che ri-mascherino il dolore come accadeva spesso in Youth. Giovinezza o La grande bellezza. I personaggi del successivo Parthenope, infatti, iniziano a ironizzare sulla tendenza a utilizzare aforismi o frasi sentenziose, rivelando ogni verità sentimentale nello sguardo commosso di Stefania Sandrelli (quindi di una persona, di Napoli e del cinema italiano tutto). Eccoci al punto: dall’autobiografia di È stata la mano di Dio alla biografia sognata di Parthenope, si arriva nuovamente al ritratto di un uomo di successo. La grazia è un film che cerca di far dialogare virtuosamente le varie anime del cinema di Paolo Sorrentino: i dilemmi morali dal sapore kieslowskiano de L’uomo in più; le maschere grottesche del potere nella spericolata deformazione della cronaca italiana da Il divo a Loro; infine, l’ultima fase intimista dove personaggi in qualche modo autobiografici sfidano i propri traumi alla ricerca di un’inedita leggerezza (anche formale).

Roma, oggi. Mariano De Santis (Toni Servillo) è stato uno dei più importanti giuristi italiani ed è ora al vertice delle nostre istituzioni repubblicane. Un personaggio che nelle posture, nelle parole e nelle prese di posizione (con)fonde i profili di tanti Presidenti della Repubblica del passato e del presente. Mariano è appena entrato nel “semestre bianco” e sovrapporre il fisiologico bilancio finale del suo mandato di garante della Costituzione al ben più vasto bilancio esistenziale successivo al lutto per la perdita della moglie. Il film, pertanto, si configura come il lento pedinamento di un uomo colto nei laceranti dilemmi morali dei suoi ultimi atti ufficiali: le modifiche da apportare alla bozza di una proposta di legge sull’eutanasia e le possibili concessioni della grazia da accordare a due condannati per omicidio. Precisamente, un uomo che ha ucciso la moglie affetta da patologia neurodegenerativa e una donna che ha ucciso il marito violento nel sonno. Dov’è il confine tra lo strumento giuridico e la decisione individuale, quindi tra una sentenza passata in giudicato e i presupposti per la successiva clemenza?  E di nuovo, dov’è il confine tra la certosina acquisizione di fonti e la verità insondabile degli sguardi?

Questioni delicatissime che intrecciano morale, religione e convinzioni personali. Mariano De Santis, detto “Cemento armato”, incarna quell’ideale tensione all’immobilismo democristiano che la figlia Dorotea (anch’essa giurista e preziosa consigliera, interpretata da Anna Ferzetti) cerca di smuovere per incidere nuovamente sul nostro presente. L’articolazione di questo complesso dibattito intellettuale diventa il tratto più lucido e contemporaneo del film: l’immobilismo fine a sé stesso si tramuta in mancanza di coraggio, è vero, ma il tempo lungo della riflessione può e deve essere rivendicato in un’epoca che sembra accettare solo facili posizionamenti. Nel frattempo, il nostro film si scioglie in inedite sfumature umaniste: De Santis si muove con lentezza dentro le stanze del Quirinale (proprio come Fabietto sul campo da calcio), mentre ricorda la moglie Aurora tra sconfinato affetto e brucianti non-detti. Poi, legge e rilegge i fascicoli della “grazia” intrecciandoli agli scarti temporali della sua esperienza personale. Infine, ascolta e canta canzoni rap per avvicinarsi alla sensibilità dei propri figli. Questo è un film sul tempo che passa.

Certo, qualche deriva didascalica si manifesta anche nell’austero percorso del Presidente ma è ben integrata in un universo autoriale ormai maturo e in sorprendente mutazione. Il cinema di Sorrentino non è uguale a sé stesso e ripropone le sue ricorrenze formali aprendole a sempre nuovi dubbi esistenziali. Insomma, Mariano De Santis non cerca più la sua grande bellezza nell’estasi di un’ulteriore opera d’arte (L’apparato umano era pur sempre un nuovo romanzo) bensì nell’autentica grazia di una clemenza (verso sé stessi innanzitutto).
C’è un momento decisivo a tal proposito. La brillante amica e critica d’arte Coco Valori (un personaggio che produce momenti di commedia italiana purissima), pronuncia una delle tante battute a effetto che costellano i film di Sorrentino. Mariano, però, resta muto e sembra non coglierne più il senso: “eppure era una bella battuta!”, rilancia Coco, un attimo prima di esternare una struggente verità sentimentale congelata da oltre quarant’anni. Una verità assoluta? Forse no… torneranno certamente i dubbi, ma che importa? Il fatto è che ne La grazia non è più il sentimento a essere relativizzato dell’aforisma perfetto, bensì il contrario. Ecco che il lento girovagare del Presidente, interpretato da un Servillo in sottrazione che anela leggerezza nell’assenza di gravità, diventa la metafora più sincera di un’intera filmografia: il successo e l’oblio, i discorsi universali e le derive letterarie, i traumi da elaborare e i cavilli della forma… sono tutte cose già passate per De Santis (e per Sorrentino) che riesce oggi a far balenare sinceri atti d’amore strappati al proprio dolore. Non è poco.

di Pietro Masciullo, 15 gennaio 2026 – sentieriselvaggi.it