TOFU IN JAPAN – LA RICETTA SEGRETA DEL SIGNOR TAKANO

un film di Mitsuhiro Mihara

(Giappone / 2024 / Commedia / 119’)

 

Mercoledi 12 Febbraio, ore 21.00
Giovedi 13 Febbraio, ore 21.00
Venerdi 14 Febbraio, ore 15.30 – 21.00
Sabato  15 Febbraio, ore 21.00
Domenica 16 Febbraio, ore 16.00

 

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Trama

Tofu in Japan – La ricetta segreta del signor Takano., film diretto da Mitsuhiro Mihara, racconta la storia di Tatsuo (Tatsuya Fuji) e di sua figlia Haru (Kumiko Asô), che insieme gestiscono il Takano Tofu Store, un ristorante nella cittadina di Onomichi, nella prefettura di Hiroshima, dove i due seguono ancora un’antica ricetta tradizionale per la preparazione del tofu.
Quando Tatsuo scopre di essere malato, teme di lasciare sua figlia sola. L’uomo decide quindi di mettersi in viaggio alla ricerca di un buon partito per Haru, nascondendo il tutto alla ragazza…

 

Recensione

 

Tatsuo è un anziano produttore di Tofu. La sua artigianalità è riconosciuta in tutto il paese: il suo tofu non ha rivali. Nonostante questo, però, non si piega ai sistemi di commercializzazione che vorrebbero immettere il suo prodotto in un mercato a larga scala e lo vende solo ed esclusivamente a un piccolo supermercato locale. Sua figlia Haru lo aiuta a mandare avanti il negozio, vendendo tofu e latte di soia ai clienti più affezionati. Mentre trascorrono i loro giorni serenamente, Tatsuo inizia a preoccuparsi che sua figlia rimanga sola dopo la sua morte.

Trionfatore della 26esima edizione del Far East Film Festival, il lavoro dell’esperto Mitsuhiro Mihara rielabora su toni più lievi uno dei generi più amati del cinema giapponese, ossia quello shōshimin-eiga, che tratta di storie dedicate al lavoro, alle vite e ai dolori della piccola borghesia – spesso in Occidente denominato con la locuzione pseudo-giapponese shomin-geki.

Tatsuya Fuji (il protagonista del leggendario Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Ōshima) interpreta con perizia il signor Takano, uno stereotipo del cinema giapponese, ossia il patriarca testardo e scorbutico ma, al contempo, onesto e puro nei suoi sentimenti. Il suo rapporto silenzioso e intimo con la figlia Haru è chiaramente esemplato sul modello dei classici di Yasujiro Ozu.
Mihara lavora all’interno di uno schema narrativo altamente codificato e convenzionale, così come la sua messa in scena si inserisce in un canone che rappresenta lo stile piano e disciplinato di molto cinema giapponese sulla classe media. Takano Tofu esplora i temi tradizionali dello shōshimin-eiga relativi al rapporto tra padri e figli o, più in generale, tra generazioni diverse. Da una parte c’è il tentativo dei (più) giovani di fondere gusti e istanze diverse in una società giapponese sempre più globalizzata, dall’altra Takano e la fedeltà assoluta alla tradizione e la custodia della memoria di un secolo, il Novecento, che si sta allontanando. Takano Tofu è un film nostalgico senza esserlo mai davvero, perché Mihara è abile a non idealizzare il passato, sottolineando la vitalità e le sorprese offerte dall’adattamento al presente.
Tale esplorazione è collocata dal regista in un contenitore formale che incrocia due universi cinematografici: uno è dedicato al cibo giapponese che da Tampopo (Jūzō Itami, 1985) in poi rappresenta quasi un sottofilone e che negli ultimi anni ha avuto una più larga diffusione grazie alle acquisizioni di alcune serie da parte di Netflix: in un genere che potremmo definire feel-good food dramedy, ricordiamo Midnight Diner, Samurai Gourmet e Makanai – quest’ultimo è un coming of age interamente girato da Hirokazu Kore’eda. Un secondo riguarda la precisa ambientazione di Onomichi, città della prefettura di Hiroshima situata sul litorale del mare interno di Seto e pertanto molto caratteristica, celebre set della parte finale di Viaggio a Tokyo di Ozu (e heimat di molte opere del grande e sottovalutato Nobuhiko Obayashi, nato proprio a Onomichi). Mihara quindi lavora su una regia che all’interno del negozio di Takano osserva con circospezione documentaria la sapienza artigianale del maestro che ogni mattina si sveglia all’alba iniziando la lavorazione dei fagioli di soia, concludendo con l’estrazione del latte di soia e la cagliatura del tofu. La regia si concentra sui piani di insieme, dove padre e figlia si prendono una pausa, e sui dettagli del tofu, tagliato, soppesato e assaggiato, in una silenziosa liturgia di cui si percepisce il riverbero sensoriale. Dall’altra c’è un lavoro iconologico che tende a una riproduzione meno radicale delle immagini di Viaggio a Tokyo e, in generale, dello stile ozuiano, prediligendo il campo lungo o medio ai campi lunghissimi del maestro, in un riadattamento contemporaneo e – celierebbe Godard – probabilmente influenzato dalle immagini televisive. Takano Tofu è nondimeno un esempio lodevole di cinema popolare in senso alto, capace di creare un senso di intima tenerezza sia tra i personaggi, sia tra questi e il pubblico.
Giuseppe Gangi, www.ondacinema.it