GIURATO N.2
un film di Clint Eastwood
(USA / 2024 / Drammatico / 114′)
Mercoledi 15 Gennaio, ore 21.00
Giovedi 16 Gennaio, ore 21.00
Venerdi 17 Gennaio, ore 15.30 – 21.00
Sabato 18 Gennaio, ore 21.00
Domenica 19 Gennaio, ore 16.00
Acquista Online biglietti per Sabato o Domenica
Trama
Un giurato di un processo per omicidio di alto profilo si trova alle prese con un grave dilemma morale, che potrebbe influenzare il verdetto e condannare, o assolvere, l’assassino accusato.
Recensione
Arrivato anche in Italia quello che è stato annunciato come l’ultimo film del
regista del novantaquattrenne Clint Eastwood
di Giacomo Mininni – 26 Novembre 2024
Non è certo la prima volta che Clint Eastwood paventa il proprio ritiro
dalle scene, ma a novantaquattro anni suonati e con quaranta regie
tonde all’attivo, stavolta potrebbe essere il caso di prendere l’annuncio
più seriamente. Se fosse vero, chiudere una carriera lunga
cinquant’anni con «Giurato numero 2» sarebbe una scelta interessante,
interpretabile forse come un testamento che ripercorre i valori e i temi
cari al regista.
La storia è una rilettura del capolavoro di Sidney Lumet «La parola ai
giurati»: durante un processo per omicidio, undici giurati sono
all’unanimità convinti della colpevolezza dell’imputato, che avrebbe
ucciso la fidanzata dopo una lite. Uno, però, vota per la non
colpevolezza, e lentamente tenta di convincere gli altri della presenza di
un ragionevole dubbio. Si tratta di Justin Kemp, marito amorevole con
una figlia in arrivo a giorni, che ha un motivo molto personale per
difendere l’accusato: durante il processo si è reso conto di essere lui
l’autore materiale del delitto, avendo investito la ragazza un anno
prima, credendo di aver colpito un cervo.
Eastwood non fa sconti nel mettere in scena un legal thriller che ruota
attorno a un dibattito morale complesso. Da un lato c’è il giurato di un
intenso Nicholas Hoult, diviso tra la volontà di fare la cosa giusta e
salvare un innocente, e quella di proteggere se stesso e la propria
famiglia: con un passato da alcolista, la sua confessione gli varrebbe
una condanna per omicidio stradale aggravato e passarebbe il resto
della vita in prigione. Dall’altro lato c’è invece l’aspirante procuratore
distrettuale di Toni Collette col suo motto “La giustizia è verità
applicata”, che deve riscoprire il proprio dovere e la propria coscienza a
fronte di una carriera politica appena avviata.
Come al solito, il conservatore Eastwood non ha alcuna fiducia nel
“sistema”: chiedere un giudizio equo, razionale e imparziale a persone
impreparate, irrazionali, distratte da vite a cui smaniano di tornare e
appesantite da un bagaglio personale, non può funzionare. Quello in
cui invece il regista ha fede (e non a caso Faith è proprio il nome del
personaggio di svolta) è l’individuo, la sua capacità di agire secondo
coscienza nei momenti critici, di ignorare i richiami del tribalismo,
dell’autoconservazione, dell’egoismo, per fare ciò che è giusto.
Il percorso per arrivare a questa conclusione è un crescendo di
tensione, un dramma che non va mai nella direzione che il pubblico si
aspetta e in cui i personaggi continuano a scambiarsi i ruoli, seguendo
un percorso tortuoso, sofferto, spesso contraddittorio, che è la lotta di
ognuno con la propria coscienza, coi propri valori, coi propri fantasmi.
Lo stesso regista si mette in gioco in prima persona: l’attrice che
interpreta Kendall, la vittima, è Francesca Eastwood, la figlia di Clint. La
giustizia retributiva richiesta dai giurati diventa qui un fatto personale, il
giurato che immagina se la vittima fosse sua figlia dà voce alle paure di
ogni genitore, Eastwood compreso, mentre la risposta che riceve è
provocatoria, e spinge a identificarsi (anche) coi genitori dell’accusato.
Se c’è chi richiede un colpevole su cui puntare il dito, uno qualunque,
che “se lo merita” comunque perché possessivo con la fidanzata,
perché è un violento, perché ha gli stessi tatuaggi degli spacciatori del
quartiere, c’è anche chi invece pretende giustizia per tutti gli innocenti,
brave persone che siano o meno.
Che questo sia davvero l’ultimo film della cinquantennale carriera di
Clint Eastwood resta ancora da vedere. Nel caso, comunque, sarebbe
un’uscita in bellezza.