LA STANZA ACCANTO
un film di Pedro Almodòvar
(Spagna / 2024 / Drammatico / 107′)
Mercoledi 8 Gennaio, ore 21.00
Giovedi 9 Gennaio, ore 21.00
Venerdi 10 Gennaio, ore 15.30 – 21.00
Sabato 11 Gennaio, ore 21.00
Domenica 12 Gennaio, ore 16.00
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Trama
Ingrid e Martha, due amiche di gioventù separate dalle circostanze della vita, si ritrovano in una situazione estrema.
La prima è diventata una scrittrice, mentre la seconda una reporter di guerra.
Recensione
di Chiara Borroni – 04 Dicembre 2024
https://www.cineforum.it/recensione/La-stanza-accanto
La stanza accanto è un film di cui è difficile dire perché dice tutto da
solo, e con tale sublime eleganza e intelligenza da poter far sentire
inopportuna qualunque parola in più. Al suo primo lungo in lingua
inglese, Pedro Almodóvar ritrova Tilda Swinton che aveva già diretto
in quella piccola perla che è The Human Voice, e come già succedeva
allora le consegna il film; non è sola, però, questa volta, perché è una
sfida che accoglie e condivide con Julianne Moore in uno scambio che
di quadro in quadro si struttura e prende forma attraverso i dialoghi
fittissimi che quasi senza soluzione di continuità accompagnano lo
spettatore mentre i corpi e i volti delle due attrici occupano lo spazio in
una modalità che avvicina la messa in scena al teatro da camera,
proprio come succedeva nell’altro corto americano del regista, Strange
Way of Life. Ma se nei due corti Almodóvar giocava con le star del
cinema americano divertendosi tra Cocteau e il western, qui, con La
stanza accanto il gioco passa a un livello successivo.
Adattando il romanzo What Are You Going Through di Sigrid Nunez,
Almodóvar racconta la storia di Martha e Ingrid, amiche di vecchia
data, colleghe in una rivista d’avanguardia nella New York degli anni
Ottanta, allontanatesi, come capita, senza motivo per via degli impegni
e di come vanno le cose. Ingrid è diventata una scrittrice di successo,
mentre Martha, reporter di guerra, è ora gravemente malata.
Quando Ingrid lo viene a sapere va a trovare Martha in ospedale e le
due si riavvicinano.
La prima parte del film è uno di quei racconti à la Almodóvar, dove
una chiacchierata tra vecchie amiche che si aggiornano sugli anni
passati nel silenzio reciproco si trasforma in un racconto di
funamboliche peripezie, con flashback che parlano di guerre, di
abbandoni, di incendi, di figli, di amanti, di sesso. È la vita che esplode
nei racconti di Martha, pallida e magrissima, che dal letto della clinica
avvolta in ampi maglioni viola e blu o carezzata da eleganti giacche da
camera, racconta a Ingrid quello che è stato. Martha sembra stare
meglio, esce dall’ospedale, torna a casa ma non sarà così per molto.
Con la consapevolezza che la fine è vicina, Martha sa ora
definitivamente che cosa desidera: morire con dignità. Con l’aiuto di
Ingrid. Dai racconti avventurosi che portano lo spettatore fuori dalla
camera di ospedale per tuffarlo nel consueto sistema affabulatorio
almodovariano in cui le storie hanno dentro altre storie che
suggeriscono altre storie in un’infinità di pop up che si aprono e si
chiudono per dire e ridire dell’ampollosità barocca e irresistibile della
vita, si passa a un’altra fase: la pianificazione della propria morte da
parte di Martha.
E qui Almodóvar compie il primo passo verso la sublimazione. Quando
Martha lascia la clinica e torna a casa fermamente decisa a organizzare
la propria dipartita, la messa in scena si fa infatti più sintetica e il
melodramma viene silenziato, disinnescato. Il passato rocambolesco
sparisce dalle immagini, niente più flashback, niente più storie, niente
più tortuosità ma un lucido e metodico piano che prende forma
circondato dei segni di quella vita dalla quale la donna sta per
congedarsi. Mobili, oggetti, libri, taccuini, film, fotografie, scatole, buste,
fogli, tutto nella casa è traccia e sedimento, memoria senza mai
nostalgia: la casa è li, accogliente, avvolgente come un abbraccio
discreto. Ma non è li che Martha può morire. Ci vuole un’altra casa e
una altro passaggio della messa in scena verso un’ulteriore asciuttezza,
verso un’ulteriore svuotamento, verso un’ulteriore essenzialità. Così
Martha e Ingrid possono abitare insieme solo un nuovo spazio, uno
spazio altro dove non c’è memoria, minimale ma non asettico,
elegantissimo, ricercatissimo, ma dove nulla è personale o familiare:
solo superfici, linee, vetrate, pieni, vuoti, dove i colori possono essere
solo pieni, dove non ci sono sfumature, dove le porte possono essere
solo aperte o chiuse, definitive. E dove la morte può diventare un
magnifico quadro composto con precisa meticolosità al momento
giusto.
In quegli spazi che mutano, in quella scena che si asciuga, in quelle
parole che dicono tutto senza mai pesare, Almodóvar trova il
compimento di un vero capolavoro, una lezione di cinema, di regia, di
messa in scena, di scrittura. La grande lezione di un maestro per nulla
senile, ma capace come nessuno di parlare con umanità e magnificenza
della vita e della morte dicendo tanto del mondo strambo in cui
viviamo, di dignità e di diritti, di minacce e di speranza, di sofferenza e di
bellezza, di amicizia e di condivisone, di responsabilità e di empatia, di
rispetto e di autodeterminazione.