IL MAESTRO CHE PROMISE IL MARE

un film di Patricia Font

(Spagna / 2023 / Biografico / 105′)

 

Mercoledi 20 Novembre, ore 21.00
Giovedi 21 Novembre, ore 21.00
Venerdi 22 Novembre, ore 15.30 – 21.00
Sabato  23 Novembre, ore 21.00
Domenica 24 Novembre, ore 16.00

 

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Trama

Nel 1935, il maestro Antoni Benaiges accetta l’incarico come insegnante in un piccolo e isolato villaggio di Burgos, in Spagna. Qui il giovane maestro instaura un intenso legame con i suoi studenti, un gruppo di ragazzi e ragazze di età compresa tra i sei e i dodici anni, ai quali fa una promessa: portarli a vedere il mare per la prima volta nella loro vita.75 anni dopo, la nipote di uno di quegli studenti, attraverso i ricordi di coloro che lo hanno conosciuto, tenta di ricostruire la meravigliosa storia vera nascosta dietro la promessa del maestro. Una storia di coraggio, dedizione e resistenza che rischiava di rimanere sepolta dalle ombre della Guerra Civile.

 

Recensione

 

di Anton Giulio Mancino, 24 Settembre 2024
https://www.cineforum.it/recensione/Il-maestro-che-promise-il-mare
Ci sono film che parlano di fascismo, in una delle sue tante declinazioni
storiche e geopolitiche, e altri che se ne fanno carico in maniera
circostanziata, ma guardando all’orizzonte passato e soprattutto
presente/futuro. Lo spagnolo Il maestro che promise il mare di Patricia
Font rientra in questa seconda, intelligente categoria, poiché sceglie di
profilare il franchismo ad ampio spettro su scala globale. Nell’affrontare
un caso reale, legato alla vicenda del maestro di Terragona, Antoni
Benaiges, attivo dal 1935 nella scuola di Bañuelos de Bureba, piccolo
borgo della provincia di Burgos, Il maestro che promise il mare coniuga la
tradizione del racconto di formazione, dove l’insegnante si conquista
uno spazio pedagogico sano e aperto all’interno della sua classe, con la
rievocazione storica dell’avvento della dittatura che naturalmente
agisce, con il supporto clericale neppure occulto, sulle fondamenta della
società, le nuove generazioni e la conoscenza diffusa sullo strategico
fronte scolastico.
La guerra come misura di tutte le cose, la repressione del dissenso, il
rogo al quale anche in questa circostanza bruciano le pubblicazioni dei
bambini che il maestro ha incoraggiato, sulla falsariga del non tanto
avveniristico Fahrenheit 451 di François Truffaut, diventano parte
integrante di un ammonimento che non si esaurisce nella rievocazione
dei fatti, a fatica ricostruiti dalla tenace e dolente pronipote del
protagonista, al centro della fitta struttura narrativa a flashback. La
lezione della dittatura trascorsa, ma evidentemente ancora dentro la
coscienza nella Spagna contemporanea, e di ogni prospettiva consimile
prossima ventura, rende il film di Font di estrema, fluida e educativa
attualità.
I settantacinque anni che separano dunque l’inchiesta privata della
ragazza protagonista da quella del maestro di cui non si è recuperato
nemmeno lo scheletro in una fossa comune, rende molto bene nella
sua limpidezza divulgativa e problematica l’idea di un’istanza di scavo a
largo spettro. Scavare e recuperare le spoglie documentali e fisiche di
una memoria letteralmente ridotta all’osso è la sfida odierna che il film
rilancia come parametro critico, etico e culturale. Esempio esplicito di
un cinema immediatamente comprensibile, pur nella sua ricerca a
ritroso, Il maestro che promise il mare si offre in ogni passaggio
improntato a una visione democratica e di spazio condiviso del sapere
dentro “la realtà di tutti”, per dirla con Aldo Capitini che ben aveva
costruito il suo nonviolento sulla scorta del fascismo in Italia, tragico
modello di lungo corso anche del regime di Francisco Franco e del
nazismo hitleriano.
Da questa premessa si evince l’esigenza di tradurre la parabola veritiera
nella prospettiva del mare, come distesa liquida e sconfinata, quindi
“correlativo oggettivo” nell’accezione di T. S. Eliot, sconosciuto ai più
piccoli, in fertile omaggio al film d’esordio, sempre di Truffaut, I 400
colpi; e non in chiave cinefila, ma in quanto modello di inveterata
Nouvelle Vague, allora mutuata dalla lezione umanistica del maestro e
dedicatario André Bazin, che per l’appunto dall’orrore dei fascismi della
prima metà del Novecento, quindi dalla Seconda guerra mondiale,
aveva tratto linfa critica, teorica ed esemplare per un cinema
progettuale e lungimirante. E se il franchismo è sopravvissuto al
fascismo e al nazismo oltrepassando la linea della seconda metà del
secolo scorso, vuol dire che anche alla riflessione audiovisiva non è
dato ancora chiudere la partita.