CERCARE LA VERITÀ È BRUCIARE DENTRO
L’innocenza: mostri e prospettive sull’umano nel cinema di Kore’eda Hirokazu
di Matteo Mazza, 18 Settembre 2024
https://www.saledellacomunita.it/innocenza-2024-film-mindscapes/
Qualche volta chiediamocelo anche in sala: cosa è rimasto della Verità?
Anche perché se diventiamo pigri, le parole rischiano di perdere il loro
sapore, diventano strane, anche se suscitano dei ricordi. E
chiediamocelo stimolati da quei film, quelli buoni, che non hanno la
pretesa di arrestare la Verità in un luogo, consapevoli che il vissuto di
ogni essere umano è molto più complesso di ogni sua
rappresentazione: la finzione, come il vissuto, non è la vita e
l’aggrovigliata trama dell’umana esperienza (citando Cassirer) non
dev’essere tradita. Domandiamolo ai nostri spettatori e lasciamoci
interpellare dal cinema quando è grande, forti della convinzione che
quell’esperienza di visione condivisa, che attraversa gioie e dolori, non
nasce per intrattenere o consolare, ma per rendere testimonianza ad
una verità, quella umana, spesso assente nei discorsi. Anche questo
modo, a partire dalla visione di un film come L’innocenza di Kore’eda
Hirokazu, è un modo per non rendere il nostro sguardo pigro,
tenere così gli occhi aperti su di noi e sul mondo che abitiamo.
A tal proposito è interessante notare come tutto nasca come un gioco
tra i due protagonisti ma presto diventi una domanda che invita lo
spettatore a fare i conti con un’indagine interiore, un sospetto, dei
giudizi, una verità. «Chi è il mostro?» è l’interrogativo che innesca il
racconto del film ma anche ciò che orienta e delimita la dimensione
esistenziale del rapporto tra Minato e Eri, i due ragazzini in fuga dal
mondo degli adulti, alle prese con l’esplosione improvvisa dei propri
sentimenti, figure simboliche di un discorso che trascende l’ordine degli
eventi.
L’innocenza, titolo che tradisce l’originale Monsters, è un film
dell’anima perché prende sul serio l’essere umano con le sue
contraddizioni, la sua complessità, i suoi desideri mentre guarda a
quell’istante preciso in cui si affronta un passaggio decisivo, una
trasformazione che fa diventare altro, che fa emergere. È un film che
funziona un po’ come la vita: mai scontata, mai facile, che pensi ti stia
conducendo verso una direzione ma poi ti porta altrove. Racconta una
storia tenera e feroce, ma ne intreccia almeno altre due segnate dal
vuoto, dal peso delle scelte, dai rimorsi, dalle paure, da occhi
disorientati.
Inizia e prosegue come un horror, perché spinge in territori sconosciuti
e tocca con mano la carne e le ossa, lo sporco e lo spregevole, poi però
sembra un giallo, con qualcosa da seguire con attenzione, guardare da
vicino e comprendere, risolvere in nome di una verità più grande del
tutto; quando sembra definirsi cambia ulteriormente i propri connotati
e assume le fattezze di una grande storia d’amore fatta di
avvicinamenti, tentativi, sguardi che perforano le convenzioni. È un film
dell’anima perché frantuma l’idea polverosa di una morale
assoluta e chiusa, segue traiettorie inaspettate pur seguendo binari
riconoscibili: un treno fantasma bellissimo diventa rifugio dei sogni e
delle paure di Minato e Eri; un altro treno passa alle loro spalle e
attraversa un ponte, a rappresentare il senso di un passaggio. D’altra
parte è un film di movimenti, inseguimenti, luoghi da oltrepassare,
soglie da varcare, ponti. Come sono le nostre sale, in un certo senso
come sono sempre i film, quando sono capaci di coniugare mondi e
punti di vista.
C’è anche tanta acqua, ma poche lacrime nonostante ci sia tanto
dolore. Le tante luci che illuminano la notte di Suwa, piccola cittadina
della provincia di Nagano in cui si svolge la vicenda pare vogliano
rivelare i mostri che ci abitano. Però il titolo originale tende anche a
sollevare una riflessione sulla sospensione del giudizio sull’altro,
ribaltando le distanze, affermando e negando le immagini sempre alla
ricerca della verità. L’innocenza è un film che racconta di una
trasformazione, della rinascita ad una nuova vita, del contatto con un
aldilà inteso come soglia da varcare, luogo in cui diventare per essere
davvero umani, capaci di amare e di sentirsi amati.